Balilla: una (rarissima) Zeiss in soffitta

Ho sempre trovato molto affascinante l’incontro con oggetti appartenuti al passato e la loro predisposizione a spalancare finestre nella memoria. Talvolta sembrano davvero in grado di piegare lo spazio-tempo per trascinarti di peso in luoghi un po’ sbiaditi. Probabilmente è proprio questa peculiarità che li rende così preziosi e che spinge il possessore a sperticarsi in racconti epici.

A volte però a dar valore agli oggetti non è solo un valore affettivo promosso dal tempo. A volte gli oggetti un valore ce l’hanno davvero. 

Durante la pausa natalizia, mi sono messo a cercare un vecchio album fotografico contenente alcune foto della famiglia di mio padre. Ricordavo che da qualche parte doveva esserci un fotogramma che ritraeva la Mole con in punta ancora il genio alato. Preistoria. Ma dov’è finito? Durante gli ultimi tentativi di riordinare il solaio, dove solitamente ci si limita a spostare gli oggetti senza buttare via quasi niente, qualcuno deve avergli trovato una nuova sistemazione. Ed infatti sotto strati di scatole riesco in qualche modo a far riemergere lo scatolone «Fotografie varie» e ad aprirlo. Dentro i vecchi album che stavo cercando. Vengo però attratto da una custodia in pelle marrone semi-nuova che non avevo mai visto prima d’ora. Decido di aprirla.

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La custodia in pelle, aprendosi come uno scrigno, rivela una vecchia fotocamera grossa come una piccola scatola. Una volta estratta dal suo sarcofago, l’occhio – quasi fosse mosso da un istinto investigativo bramoso di conoscenza – viene immediatamente calamitato verso il marchio. Comincio a sentirmi male.

Quella che tenevo fra le mani era una Zeiss Ikon, la cui incisione sopra l’obiettivo rimandava obbligatoriamente agli anni ’30. Mi precipito al PC. Dovevo assolutamente saperne di più.

Lo ammetto: ho sempre letto con un pizzico d’invidia tutti quei racconti di ritrovamenti preziosi tra il ciarpame domestico. Pare che le soffitte degli altri contengano tesori incredibili, mentre nel mio sottotetto vi abitino solamente polvere e ragni. Avevo cominciato a persuadermi del fatto che molti racconti fossero, almeno in parte, delle grasse montature. Almeno fino ad oggi.

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Nel 1923 la Optische Anstalt C.P. Goerz di Berlino ottenne il brevetto per la produzione di una particolare macchina fotografica compatta, squadrata, economica e di semplice concezione. Nacque la prima «box camera», dove «box» non a caso significa «scatola».

Sebbene fossero interessati da un immediato e ampio successo, questi prodotti non furono sufficienti a salvare l’azienda tedesca, sulla quale le rigide sanzioni del Trattato di Versailles si abbatterono secche come la lama di una ghigliottina. Nel 1926 la Fondazione Zeiss acquistò quel che rimaneva della Goerz, e assieme ad altre aziende del settore fondò la leggendaria Zeiss Ikon. Nel 1930 le box camera raggiunsero il mezzo milione di esemplari venduti. Al termine della guerra verrà tagliato il traguardo del milione di pezzi.

Queste curiose macchine fotografiche sopravvissero sul mercato per oltre trent’anni, arricchendo un catalogo zeppo di modelli più o meno simili. Progettate appositamente per avvicinare i dilettanti al mondo della fotografia (in particolare i giovanissimi), costituirono probabilmente la prima apertura del mondo fotografico alla massificazione dell’immagine. Mi colpisce una frase tratta dai fascicoli Zeiss del periodo:

«Per educare sin da principio la propria sensibilità fotografica».

Non mi sorprende affatto, dunque, che il Regime Fascista abbia tentato di convertire anche questa innocua e graziosa fotocamera in un potente oggetto di propaganda…

Balilla

Il modello che mi osserva dalla scrivania mentre scrivo questa pagina è una Balilla Box (n° cat. 51), fabbricata con ogni probabilità tra il 1936 e il 1937. È del tutto identica alla Baldur Box (n° cat. 51/52), se non fosse per il rilievo che ne indica fiero il nome. BALILLA. L’inquisizione fascista, molto attenta ai “pericoli” dell’import, deve aver accordato (chissà a quali condizioni) con Zeiss il permesso di far incidere il nome dell’Organizzazione Giovanile del partito in bella vista proprio sopra l’ottica. Si tratta probabilmente dell’unico esemplare di fotocamera prodotta dalla Zeiss Ikon con un riferimento specifico a un paese straniero. Sono pochissime le notizie storiografiche che la riguardano. L’unica cosa abbastanza certa è che sia stata prodotta in poche decine di unità, forse appena un centinaio. Cosa oltremodo strana.

Il corpo della macchina è costituito da due parti metalliche che si uniscono ad incastro per formare una scatola robusta ed ermetica. La superficie è ricoperta da quello che al tatto sembrerebbe vinile, in una trama che vorrebbe ricordare la finta pelle. L’ottica, posta nel bel mezzo della faccia anteriore, è un Goerz Frontar: un modesto astigmatico a due lenti con la particolarità di avere un diaframma molto chiuso (f11 fisso) per permettere un’ampia profondità di campo, eliminando quindi il problema della difficoltà di messa a fuoco. In modo assai sinistro, il manuale d’istruzioni recita testualmente:

« …Punta e spara con sicurezza, poiché la pellicola della Balilla-box è sempre a fuoco… come il nastro delle mitragliatrici!»

È possibile caricare la fotocamera con un rullo da 16 negativi di formato 6×9 cm, ancora in commercio. L’avanzamento della pellicola è affidato a una chiavetta posta sul lato sinistro del corpo macchina. Purtroppo non esiste un “fine corsa”, e per evitare di ottenere esposizioni multiple sullo stesso fotogramma occorre controllare il numerino stampato sul lato posteriore della pellicola, osservabile attraverso una finestrella chiusa da un vetrino rosso. Ma è molto facile sbagliarsi.

È dotata di un mirino a riflessione doppio, orizzontale e verticale, mentre una levetta posta sempre sul lato sinistro permette di far scattare l’otturatore a ghigliottina ancora perfettamente funzionante. Clack. L’ultima pagina del manuale indica il prezzo dell’apparecchio: 55 Lire.

Allibito e un po’ confuso, ripongo la fotocamera nella sua custodia. Quasi ottant’anni separano me e questa piccola scatolina fotografica. Immagino il nonno con la custodia in pelle a tracolla intento a catturare qualche ricordo durante una gita in montagna. E chissà in quanti altri posti sarà stata. Mi chiedo che fine avranno fatto gli altri esemplari. Saranno stati davvero solo poche centinaia? Chissà. Lei è qui. Lo è sempre stata. E io che pensavo che in soffitta vi  abitassero solo polvere e ragni…

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